La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare.
“se accade ancora mollo tutto!!” borbottò sottovoce mentre continuava ad osservare supino quella maledetta moscaccia gironzolante attorno alla lampadina da 20watt che a malapena illuminava la piccola mansarda in FitzcarraldoStrasse, nella parte est della città vecchia.
Il sudore non smetteva di rigargli il volto stanco e il posacenere pieno emanava il tipico puzzo a cornice di una giornata cominciata male.
"Certo mi vedesse Christine si spancerebbe dalle risate... quella puttana!!" digrignantesudaticcio lascia cadere il braccio sinistro mollo mollo penzolante dal letto alla ricerca del pacchetto di Camel.. pacchetto vuoto e santi che si contorcono per le bestemmie ben costruite dal giovane Fiz.Gli piaceva quel nomignolo, ci aveva pensato un'intera nottata...e aveva deciso che si sarebbe fatto chiamare così; con scarsi risultati a dire il vero.
"E' tardi e l'unico distributore in zona l'ho sbrandellato io... che coglione che sono!!" . Il nervosismo cresce prendendo per mano il disagio di cui è ormai colma la mansardina con tetto in finto abete.
"Questa birrozza calda non la mando giù senza una sigaretta" le parole che gli vennero fuori, un pò sospirate.
"Ollallà" con ghigno stupidino si tira su, piedi nudi sul pavimento e culo sul lettaccio a guardare la parete bianca rigata dall'unica sedia. Grossa impronta di ciabatta 43 , qualche malcapitata ex zanzara e un vecchio poster di Rambo che non ha mai avuto la voglia buttare nel pattume.
Dalla sedia, i jeans appoggiati a cazzo lasciarono cadere pochi spiccioli che rotolando andarono a infilarsi sotto al letto. Una grattatina fronte/retro all’interno degli slip bianchi slabbrati e un indolente “ma vaffan..”, poi si mise a cercare.
Tra mozziconi, calzini sporchi e una Tennent’s dell’anno prima, spuntò un foglietto liso e ingiallito “più che dal tempo dal piscio di gatto, a giudicare dalla puzza”, pensò.
Aveva trovato un gatto, mesi prima, nel parchetto dove andava a volte a comprare un po’ di fumo per addormentarsi, e se lo era portato a casa. Dopo una settimana aveva visto un film con un tizio che moriva di piscio di gatto e lo aveva buttato di sotto. Scendendo il giorno dopo non aveva trovato chiazze di sangue, quindi tranquillo: era caduto in piedi. L’ipotesi che qualcuno avesse lavato la strada non lo sfiorò neppure, ovviamente. Non se ne sarebbe fatto una colpa lo stesso, ma meglio così.
Non fu il numero di telefono, né le poche parole che vi erano scritte, a ricordargli chi gli avesse dato quel bigliettino, bensì quel disegno, con quel tratto infantile, che rappresentava una ragazzina con le trecce tipo Pippi Calzelunghe su un’altalena e il fumetto “vuoi giocare con me?”. Niente male, quella tipa. Ci aveva parlato una mezz’oretta al bar. Tornato a casa aveva trovato quel biglietto nella tasca della giacca di renna. Solo che la mattina dopo se ne era già dimenticato.
"Si! Ora ricordo..." esclamò Fiz tra sé e sé. La ragazza del bar se la ricordava bene, magra e con le lunghe trecce così come si era disegnata sul fogliettino. Si muoveva leggiadra, dentro il bar, piroettando mentre la sua minigonna rossa apriva agli occhi un mondo da scoprire. I vecchi attorno al tavolo già sbavavano. Avevano sospeso la loro partita di tresette, distratti da questa giovane donna che roteava davanti al bancone con un ghiacciolo in mano. "La posso richiamare. magari viene fuori qualcosa, e posso fare scoppiare di gelosia quella stronza di Christine. A proposito, è da un pò che non la sento. Chissà che fine avrà fatto". Quella tra Fiz e Christine era una storia particolare. Si erano conosciuti due anni prima al concerto dei Panthera, al campo da baseball di Fattanzstrasse, perchè gli aveva vomitato in faccia mentre lui cercava di baciarla. Un modo a dir poco grottesco di incontrare quella che sarebbe diventata la sua fidanzata. Da lì in poi un conflittuale rapporto di amore-odio, noto a tutti nel quartiere. Erano probabilmente la coppia più celebre della città: li avevano visti più volte fare l'amore nel parco centrale in pieno giorno, o sfidarsi all' ultimo rum al "bar dell'alcolista", nato come ritrovo per astemii e poi finito per diventare il ritrovo di tutti gli incalliti bevitori della città. James Confort, il proprietario, aveva giustificato il cambio di rotta sostenendo che più volte aveva rasentato il fallimento. In più occasioni raccontano di aver visto Christine, armata di fionda e pietre, colpire ripetutamente Fiz quando rientrava a casa, la sera. Per impedirgli di entrare, lo bersagliava dalla finestra del secondo piano. Il mattino dopo Fiz andava in giro con il corpo ricoperto di lividi. Quando gli chiedevano che cosa gli fosse successo, rispondeva che aveva "giocato" con la sua donna. Insomma, una coppia decisamente strana. Adesso, il nostro, con la treccinosa giovincella incontrata al bar "Mingus" aveva una grande occasione: sbarazzarsi per sempre di Christine, qualora fosse riuscito a conquistare questa signorina, una pippi calzelunghe decisamente più sexy. Ma non era facile. Anche perchè, durante la ricostruzione mentale dell'incontro avuto con lei, tra i particolari che aveva rimosso ce n'era uno compromettente: nel salutarla, non era riuscito a trattenere uno scoreggione galattico. E lei se n'era accorta.
Lo specchio era patinato di chiazze. Biancastre, rosse e viola. Tutte incrostate da mesi. E sulla destra c’era una scheggiatura minacciosa, una ferita che un giorno avrebbe potuto rendere quel vetro un’arma. Ma Christine neanche ci pensava ai futuri utilizzi bellici di quello specchio: aveva sempre saputo difendersi da sola. Piuttosto guardava il suo tatuaggio che esplodeva dalle mutandine di cotone: una mantide verde-nera che Enrique Martinez, el mejor tatuajero di Lima, aveva cesellato con maniacale acribia, millimetro per millimetro, un intero pomeriggio di molti anni prima. In piedi, stilizzato e palesemente affetto da gigantismo, l’insetto le copriva in diagonale tutta la parte sinistra della pancia.
“Me la dovrò far ripassare”, pensò fra sé e sé.
Il reggiseno era spaiato rispetto alla mutandine; doveva essere di Golka, la sua amica guardia-giurata. Christine neanche se lo ricordava.
Poi il suo sguardo si alzò in alto. Lentamente. Il viola con cui quindici giorni fa aveva colorato i capelli, cortissimi, era insidiato da mezzo centimetro di ricrescita bruna. E poi le pupille scesero, ancora più lentamente, sul viso. Nonostante fossero passati sedici anni, i suoi tratti erano ancora delicati e fini come quelli dell’adolescente del concorso “Miss latifondo
Il padre, proprietario terriero di mezza Italia meridionale, l’aveva iscritta a sua insaputa. “Ma guardate che visino questa nostra numero 28…un vero fiorellino di campagna!” si sgolava il cinquantatreenne Pippo Sgalippo, storico presentatore della rassegna. Il pubblico maschile, composto in gran parte da amici del padre, si passava tra i denti il sigaro, digrignando a bassa voce volgarità e intenzioni fuori orbita, considerata l’età: la loro e quella di lei. Le mogli, facce verdi di ira, applaudivano educatamente: mantenendo a stento la calma e gli istinti omicidi verso i mariti. Nell’intervallo, quella sera, Christine dovette andare in bagno. Aprì la porta del cesso e ci trovò Pippo Sgalippo coi pantaloni calati. La pancia di lui fu subito su quella di lei. Fu un'unica ginocchiata: non violentissima, ma assestata bene. I testicoli si spostarono di otto centimetri e mezzo, verso le viscere. Gli dovettero mettere dieci punti di sutura. Tutti interni. “Ogni volta che andrà al bagno ci ripenserà”, aveva detto il medico di turno in ospedale.
Tornò in sé e si guardò dritta negli occhi. Occhi tranquilli, di chi non corre pericoli. Ma anche attenti, come quelli di un felino che ha partorito da poco. E forse condannati per sempre a non esprimere più alcuna dolcezza. Si voltò e guardò la piccola Maltida, nel lettino. “Tu non farai la vita che abbiamo fatto io e tuo padre”, disse a mezza voce.
Il sole era ormai alto anche se coperto dalle solite nuvolette che rendevano il cielo della città così speciale, almeno per Fiz. Probabilmente fu proprio quel cielo, di quelli che si vedono solo a Nord, a convincere Fiz a trasferirsi in quell’ingrata città. “Cazzo!!!” furono le prime parole che accompagnarono il risveglio di Fiz… “Ma che ora è??” continuò, alzando lo sguardo verso la finestrella semichiusa che si trovava proprio sulla sua testa. Dovevano essere passate le 10 visto che i raggi del pallido sole ormai avevano superato il vecchio armadio a due ante di fronte al letto regalatogli dal vicino prima che partisse per Wellington in cerca di fortuna, e si erano inesorabilmente avvicinati al lavandino posizionato dietro la porta chiusa con catenella. “Merda, il colloquio.. avevo il colloquio” pensò senza nemmeno alzarsi dal letto. “Al diavolo!!”. Continuò ad osservare le ombre nella mansardina per carpire l’ora esatta. Era ormai un esperto, il nostro Fiz. Riusciva, specialmente d’estate, ad avere uno scarto di non più di 15 minuti… e di questo ne andava fiero. Nello stropicciarsi gli occhi si accorse che si era addormentato con quel bigliettino sul petto e subito gli balzò in testa il sogno di qualche ora prima.. “Dio… che scopata!” esclamò soddisfatto e subito si tirò su avvicinandosi al lavabo per darsi una veloce sciacquata. “Oggi la chiamo” pensò lavandosi le ascelle senza sapone e gonfiando il petto come fosse un culturista ultrapompato. Un crampo micidiale subito lo riportò alla realtà dei fatti e gridando “Minchia, minchiaaaa….” saltò sul letto contorcendosi dolcemente per riportare al loro posto le “muscolose” fattezze. Una volta calmatosi scoppiò a ridere, sembrava felice dopo l’onirica scopata. 10 minuti ed era già vestito del solito jeans, la solita canotta nera slabbrata e il solito paio di All Star,anch’esse nere, comprate al mercatino delle pulci del Venerdì in Miserienstrasse. “caro zio James, sto venendo a portare dei soldini tintinnanti al tuo lurido bar..” borbottò, pensando alla colazione e salendo sulla sedia barcollante per arrivare a quella cassettina in legno nascosta sull’armadio. “Cazzo, con sti soldi ci campo ancora 10 giorni” disse scocciato rovistando tra preservativi scaduti e vecchie monetine olandesi, glorioso ricordo di una vacanza ad Amsterdam di qualche anno prima.
Fu davanti a quattro-dico-quattro fagioli al sugo e a due tristi uova strapazzate che concepì il suo piano d’attacco a Pippi Calzelunghe. Le avrebbe telefonato, l’avrebbe invitata al Mingus, e, dopo un paio di birrozze, l’avrebbe portata al vecchio ponte. Lì, le avrebbe raccontato un po’ di storie delle sue, di quelle che piacevano alle sbarbe dark, tipo quella volta che aveva incontrato al cesso Robert Smith e per sbaglio gli aveva pisciato sulle scarpe e Robert gli aveva detto “it’s okay, sweeetie” con fare ammiccante appoggiandogli una mano sulla spalla, e allora lui gli aveva detto”senti bello, ti pago da bere, ma non provare a mettermelo al culo, intesi?” e allora Robert si era messo a ridere e avevano passato la notte assieme a ubriacarsi e a scrivere quel pezzo, “Just like heaven”. Facile come la puttana di Pompstrasse che se la sarebbe scopata per davvero, a quel punto. Si alzò risoluto, pagò, e se ne andò a cercare un telefono. A Maltida non piaceva l’asilo. Non le piacevano le altalene, gli scivoli, i girorondi con le maestre, le filastrocche. Non le piacevano soprattutto quelle maestre che le parlavano non come se avesse quattro anni, ma come se fosse una perfetta imbecille. “Vuoi una caramellina, tesoruccio?”. Ci andava, all’asilo, e senza storie, che non era tipo da capricci, lei. Ma si divertiva molto di più con la madre, quando a Christine non girava storta. Se ne andavano al parco, e mentre Maltida guardava le papere del laghetto, Christine le raccontava storie fantastiche di gruppi punk rock, a metà tra la realtà e la fantasia. Si può dire che i primi amichetti di Maltida fossero Clash, Adolescents e Ramones, piuttosto che Barbie, Poochie e Cicciobello. Christine pensava che sarebbe venuta su più tosta, così. Autonoma, senza il pensiero di un uomo-Big Jim al fianco. Senza vezzi inutili, senza smancerie. Una vera donna. Perlomeno una vera donna come sua madre. Così ora Maltida se ne stava lì, seria seria, ad aspettare la madre che venisse a prenderla, canticchiando a mezza voce “I fought the law”.
Sempre a tratti sfuggente.
Come qualcosa che è sempre lì, a un passo, ma non puoi vederla, né toccarla né sentirla.
E’ lì, forse ti guarda e ti segue. Anzi ne sei sicuro. E se ti voltassi, ti accorgeresti che è dietro di te. Ne sei certo e allora ti giri e allunghi una mano per afferrarla, conquistarla una volta per tutte. Ma si ritrae. O forse svanisce. Già: svanisce. Che vorrà dire?
Questo ed altro pensava Fiz. Stava pettinando i pensieri su Christine, quella “stronza puttana di Christine”, che lo umiliava sì, ma lo faceva sentire bene davvero. Masochismo e amore possono andare d’accordo, si sa. Fumo, aspira, nicotina nei polmoni, un attimo di pausa e ancora fumo, espirato e donato per sempre alla foschia tersa dei viottoli della città vecchia. Un tarlo da smaltire val sempre bene una gauloise blu. Ma c’era anche altro che lo opprimeva: il colloquio di lavoro della mattina era andato di merda. “Sintetico il suo curriculum…”, aveva sghignazzato il selezionatore. Salvo poi dargli un biglietto fuori dall’edificio: “Forse ho davvero un lavoro per te. Ma dobbiamo parlarne in privato”. Stavolta fu Fiz a ridacchiare: lasciargli dei bigliettini stava diventando un’abitudine.
L’orologio d’oro risuonò la due: le statuine d’oro replicarono la perpetua danza. Si avviò verso il ponte. Aveva chiamato Pippi Calzelunghe subito dopo il colloquio: aveva parlato solo lui, per un quarto d’ora. Lei era stata zitta tutto il tempo e poi aveva detto solo: “Stanotte. Alle due. Ponte Pescatorenstrasse. Alla metà esatta della ringhiera di destra”. E aveva riagganciato.
Da lontano, vide nella nebbiolina una figura di donna, ritagliata e sinuosa. Con una gonna lunga e larga. E già l’adorava. Fiz amava molto le donne che mettevano la gonna: gli stuzzicavano l’immaginazione.
Accelerò il passo, spinto dal desiderio. Furono occhi negli occhi in meno di venti secondi. Se la guardò per bene, con voracità. Occhi allucinati, ma nient’affatto confusi. E le trecce, che gli sembravano scolpite. Il seno, che una maglietta di cotone conteneva ma lasciava trasparire con malizia. I fianchi, che si stringevano ed allargavano. E poi la gonna che nascondeva tutto il resto. “Sono mesi che ti aspetto”, disse lei. “Eh lo so…è che c’era la Champions league”, rispose lui.
“Come scusa??” ribatté incredula sgranando i grossi occhi.
“Beh si, insomma il calcio.. sai, il pallone, i giocatori che corrono, lo stadio…ale oh oh”
Lei ammutolì aggrottando la fronte..
Poco prima una leggera pioggerella aveva rinfrescato l’aria e anche il ponte di Pescatorenstrasse sembrava bello quella notte. Fiz era diventato inspiegabilmente nervoso e lei di questo se ne era accorta.
Fece un passo indietro e cominciando a sudare vistosamente nonostante non fosse più così caldo, strinse i pugni fin quasi a farsi male: “La Champions!! OK!! Sai cosa CAZZO è? THE CHAAAMPIOOONS!!” con voce tremolante e con tono alto..
Ad un tratto Pippi passò dall’incredulità alla paura e indietreggiando anche lei sussurrò “ma tu sei… sei paz…!”
Le parole le si smorzarono in gola quando si rese conto che Fiz allungò lento e minaccioso le mani verso lei… Pippi indietreggiò ancora ma trovò la barriera in ferro del ponte di Pescatorenstrasse a bloccarla.
“AAAAAAhhhhhhh” l’urlo di Fiz squarciò il silenzio e in un battito d’ali Pippi si ritrovò con le mani di Fiz sulle sue rosse trecce..
Con forza inaudita cominciò a tirarle…”AAAAhhhh”
Una smorfia di dolore ruppe l’armonia del visino di Pippi che stringendo i denti e con le lacrime agli occhi cercava di divincolarsi dalla presa di Fiz.
Il tutto durò appena una quindicina di secondi, fino a che Fiz stramazzò a terra con la schiuma alla bocca mollando finalmente la presa. Nel cadere, venne fuori dalla sua giacca di renna, un boccettino che si ruppe lasciando rotolare a terra una manciata di pillole rosse grandi quanto un’unghia. Pippi, rinvenendo pian piano dallo spavento ma ancora dolorante, si chinò a raccoglierle.
Era la tipica confezione delle “Sputnik da 64k”… le pillole contro la timidezza, molto in voga nei metal club della parte ovest della città.
“Che stronzo!”
Figure di merda ne fanno tutti, prima o poi, nella vita. Ma questa, cazzo, era da titolo olimpico. Come quando si era pisciato nei pantaloni alle medie, durante una partita di calcetto in palestra, e aveva provato a rimediare dicendo che il dottore, per una specie di strana malattia presa in vacanza, gli aveva consigliato di farlo almeno tre volte a settimana. Allora per un mese per dare credibilità alla sua storia si pisciò addosso ogni volta che andavano in palestra, con il risultato che per i due anni successivi i compagni di classe più romantici gli espressero la loro solidarietà innaffiandolo sistematicamente dei propri rifiuti liquidi (“Poverino, che brutta malattia.. magari così guarisci prima”). O come quella volta che al matrimonio del suo amico Paul si era ubriacato e aveva infilato una mano tra le cosce della madre sessantenne della sposa, che sulle prime (va detto, a onor del vero), se l'era pure tenuta, ma quando, senza motivo, per un moto insondabile dell'anima, si era dichiarato leninista convinto, lei lo aveva respinto iniziando a strepitare e a dargli del porco tra lo sdegno generale. Insomma, Fiz conosceva bene il sapore acre della vergogna e del pubblico ludibrio. Eppure lì al nord ancora non ne aveva ancora fatte, di così clamorose. Pippi, che si atteggiava a Siouxsee di Siouxsee and the Banshees, ma fondamentalmente era una ragazza molto sensibile, gli diede un calcio nei coglioni ruminando insulti a mezza bocca, poi si avviò verso Trotenplatz. Il povero Fiz, ancora a terra schiumante, fece un rapido bilancio della giornata e delle ultime settimane, e decise che aveva proprio toccato il fondo. “Devo improrogabilmente imprimere alla mia vita un sensibile cambiamento di rotta”, pensò, prima di svenire.
Christine lo sapeva. Lo sapeva che prima o poi si sarebbe rotta. Ed era arrivata l'ora.
C'era stato un momento preciso, nell'ultima sfuriata, un momento in cui si era vista dall'esterno gridare. E gli argomenti erano sempre gli stessi, le conclusioni sempre le stesse, così come la pigrizia subentrata subito dopo. Lo sapeva di non essere male, i muscoli tenevano anche dopo la gravidanza, e sul cervello ci aveva sempre contato. Se ne sarebbe andata.
Era questo che stava pensando mentre camminava con il passeggino lungo Unter der Gargiulen. Si specchiava nelle vetrine. Già, era ancora piuttosto carina. Meglio sparare le ultime cartucce con fragore.
Ma per lasciarlo, il cretino, non avrebbe fatto la solita scenata. Oh, no, questo momento sarebbe stato teatrale - come tutto nella loro storia - ma con uno stile completamente diverso. E mentre saliva sul tram che la portava a casa, quello che attraversava la città vecchia con i cantieri e passava sopra la Skodel, le venne un'idea.
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